lunedì 8 febbraio 2010

una porta aperta sulla luce


Abituati alle nostre stanze buie, abbiamo sviluppato varie strategie di sopravvivenza tramite l'utilizzo ridotto ai minimi termini delle risorse disponibili. E' come quando accade di sentire di gente che ha i forzieri pieni d'oro e si ostina a vivere nella miseria interiore di un cartone sotto al ponte. Ecco, noi esseri umani abbiamo fatto di quel ponte un luogo vagamente amico, avendo di quel luogo conosciuto ogni piccola traccia e avendo passato li un lungo tempo sospeso dall'assenza. La miseria interiore nella quale costringiamo le nostre vite diventa riconoscibile nel momento in cui di sguincio, forse in un attimo di pura distrazione, permettiamo alla luce di raggiungere di qualche millimetro la nostra percezione. Allora uno sguardo si apre di fronte alla visione di nuove realtà, non solo possibili, ma gia presenti nel momento in cui siamo in grado di spostare in noi la presenza in quei luoghi. E' come dire che la realtà esiste nel luogo in cui noi portiamo (e scegliamo di portare) la nostra presenza. La luce è presente ogni momento, siamo noi a doverci mettere nelle condizioni di essere in grado di accettarla. Mi chiedo cosa ci porta a vivere nella miseria di un cartone sotto al ponte. Cosa crea tutta questa attrazione. Perchè non scegliamo ogni giorno di vivere luoghi interiori di abbondanza e ricchezza. quella cosa li che chiamiamo GIOIA insomma, perchè non la rendiamo una struttra portante delle nostre vite?

3 commenti:

marco macchi ha detto...

Siamo tenuti sotto a quel ponte dagli altri. E ci teniamo gli altri. Siamo attentissimi a sorvegliarci a vicenda perché nessuno scopra la luce. E ciò secondo me per un motivo antropologico di conservazione del clan: chi scopre la luce, si accorge di non avere più bisogno degli altri. O almeno non nelle modalità consuete. Sai che casino... :-D

erbagatta ha detto...

mah..sono incerta rispetto alle tue parole. e' certo che chi non gode per sè difficilmente sarà felice o potrà supportare il godimento altrui, anzi cercherà in tutti i modi di mantenere il livello 'basso' di protezione. come dire "io vivo sotto al ponte, beh tu NON OSERAI MICA andare a vivere nel miniappartamento'??!! su questo hai ragione, ma mi sembra che questa sia più una conseguenza che una causa reale. la domanda da porsi è 'ma perchè ci costringiamo tutti sotto al ponte??' e poi un'altra domanda:perchè non spostare le nostre relazioni da un livello di bisogno a un livello di piacere e di libero scambio?insomma, perche' siamo cosi' involuti??!!

Anonimo ha detto...

mah...forse ci spaventa di più il vivere e sentire la felicità?!
siamo così abituati a vivere "sadicamente" nelle tristezze che la felicità ci farebbe spostare da quei luoghi tanto conosciuti.
l'unica cosa che mi viene in mente è la paura per la fecità.

elisa